Il mare

Scrittura di getto e nessuna correzione, sorry per la consecutio.

Lo scroscio del mare intimoriva la parte più irrazionale della mia coscienza, lacrimavo al pensiero che potesse essere rabbia nei miei confronti. In questa caccia avrei perso perché non mi sarei nascosto. Con gli occhi spalancati, riflettevo, mi sarei fatto inghiottire dallo tsunami: una timida fenditura nel muro d’acqua avrebbe inghiottino il mio corpo. Avrei trattenuto il respiro, pentendomi della scelta e avrei nuotato, strattonato dalle masse che si spostano, mi avrebbero forse lussato le articolazioni. L’onda devastante. Allora avrei nuotato, disperato, con la sensazione fredda di quell’acqua che toglie il respiro: alla fine vince sempre la natura, e cacci via l’aria, mentre mulinelli di varia intensità fan perdere l’orientamento, e non ci sarebbe stato mai il tempo di risalire, senza nemmeno conoscere la direzione. Ah, ma ecco che le bolle d’aria vanno in una direzione! Ma poi in un’altra ancora, e ancora, e ancora. La corrente era più forte della spinta verso l’alto delle bolle… Ed è già tempo di inspirare. È stato breve, è stato fasullo: io son davanti al mare e penso, questo è per me il mare.

A giuliaspe 🙂

Pensiero notturno, tra risolutezza e mille altre voci

Pensiero notturno, ormai annebbiato: il battito cardiaco rivela emozioni e livello di connessione. La dissonanza tra il nostro e quello dell’ambiente circostante porterà sempre a frustrazione laddove volessimo aderire a ciò che ci circonda. Lo stress emozionale che ne comporta sfocia costruttivamente o distruttivamente, a prescindere dal nostro ottenimento dell’agognata assonanza. Potremmo tendere ad aderire a situazioni scomode o a rifiutare quelle più confortevoli, perché sono molteplici le anime che ci compongono, ma le fraintendiamo o le reputiamo tutte unite, soffocando quelle alle quali diamo meno peso in un avanzamento darwiniano che taglia parte di noi stessi. Non ci insegnano a dare ascolto alle infinite voci che abbiamo dentro, ma solitamente solo a una: questa è chiamata risolutezza, che è un’ottima qualità quando si deve prendere velocemente una decisione, ma ci riduce a frazioni di noi stessi quando avessimo bisogni di risposte profonde. Io sono attualmente nel limbo tra la spada di Alessandro Magno e il nodo gordiano, ossia tra la risolutezza di una decisione e il vortice di pensieri contrastanti, e mi logora. Ma, senza vantarmi nè disprezzarmi, affermo che questo è il mio essere, e non lo baratterei per un benessere maggiore.
Buonanotte

Cucchiaini

Bene. Prima di crollare vi dico: da oggi parleró, ogni tanto, di cucchiaini.
Le città invisibili di Calvino mi ha lasciato l’amaro in bocca: è come tutti gli altri libri, finisce.
In esso viene racchiuso tutto ció che c’è da dire? Non importa. Sono un fan che vuole di più, gli spin off, più teaser, persino le fan fiction. Perché dovrei voler vedere svilito in modi atroci questo capostipite? Perché la sua bellezza risiede nel fatto che in ogni città descritta vi è un mondo diverso, che crea un’ipotetica città o che descrive parte di quelle realmente esistenti. In questo mondo c’è vita, emozionato vorrei prenderne parte. Vorrei far mie altre mille città fatte da altrettante persone, non importa se queste non si chiamino Calvino: nelle loro descrizioni ci sarà bellezza finché ci sarà la passione. Così faró anche io, parleró di città, di dettagli, che saranno piccoli o grandi, ma senza peccare di superbia non le voglio chiamare tali, le chiameró cucchiaini, perché è come immaginare di tirar fuori un cucchiaino dalla zuccheriera e che lì dentro ci sia un frammento di mondo, sperando sia degno di essere vissuto.

Gli scomparti

Insonnia. Devo scrivere qualcosa. I gatti fanno versi strani per scopare e io voglio scrivere qualcosa. Non è molto bello buttarla sull’ironico quando si hanno blocchi di varia natura ed esprimersi diventa difficile o impossibile e il mondo non aiuta. In questo mondo, un qualunque evento turbi la quotidianità, affinata da decenni, è un evento catastrofico che secondo noi passerà agli annali. Agli annali passerà soltanto la nostra ansia, specchio d’acqua cristallino della polla di vuotezza che ci appartiene. Qualunque problema è accuratamente piegato e riposto nel suo cassetto e, quando qualcuno si lamenta stupidamente di non avere un proprio scomparto, la società gliene crea con il tempo uno appropriato. Abbiamo risposto alle nostre ansie facendo sparire i problemi dai nostri occhi, a partire da quello della morte, declassata a minaccia metafisica di cui si ha evidenza solo tramite la cronaca nera, che ci assilla e ci devasta presentando lo stesso caso tutti i giorni e per anni. Non ci accorgiamo di quanto sia comune e disgraziata la morte, che ci circonda, che è di vecchiaia, di malattia, di lavoro, di sfortuna, di noncuranza, o immotivata. Questo è valido per tutti e per tutti gli altri problemi della vita. La società così è salva e l’individuo con problemi è isolato. Vogliamo tutti viaggiare in prima e non conserviamo sensibilità per nessuno, a causa della fobia di rimanere indietro, ma la ruota gira e prima o poi tocca a noi, e staremo soli. Solissimi. Di una solitudine che neanche immaginate. In tutto questo, sapete dove volevo arrivare? Ai cassetti. Ora pensate che ci siano dentro cose e persone, il nome dei quali problemi corrisponda all’etichetta riportata sul cassetto. Nì. Anche, ma soprattutto ci sono pezzi di persone, di anima, in quella che sembra la vasca degli scarti di un mattatoio. Le persone se lo negano, ma tutte hanno problemi che ripongono nel cassetto pur di viaggiare in prima, e non parlo di quelle cocenti delusioni amorose per le quali stringiamo i denti per andare avanti o simili, ma di ció che pensiamo che di noi sia un difetto inaccettabile e per il quale potremmo vivere peggio la nostra vita se gli altri ne venissero a conoscenza. Il problema è che, tra questi altri, ci siamo noi, abituati da tante piaghe con tanti nomi ad essere i giudizi più di parte e cinici contro noi stessi, prima di sfogare l’aggressività verso il prossimo e non concedergli respiro. La società che ci opprime vive in noi quanto è vero che noi la costituiamo a nostra immagine e somiglianza. E non c’è più spazio se non per un pianto sordo, perchè non ci è concesso e non ci concediamo più neanche la possibilità di essere umani. Le parti di meccaniche non piangono, siano o no di ricambio.

Grazie a “sbiru”

Astrologia e amici, che binomio!

Analizziamo l’accaduto.
Sono in un periodo nel quale ho bisogno di capire per bene le cose che mi riguardano, e questo vuol dire comprendere me e chi mi sta attorno. L’analisi è rallentata dal non voler trovare una risposta subito, perchè mi farebbe più male di quello che sarei disposto a sopportare. Ho bisogno dunque di arrivarci in fretta, ma gradualmente.

Stasera sento una ragazza, amica su Facebook, che manco sapeva come mi chiamassi, dato che uso uno pseudonimo: dopo alcune chiacchere, si offre di calcolare il mio tema natale. Perchè no, dico? Beh, perchè le due volte prima faceva ridere ai polli, sto tema natale. Frasi fatte, cose che starebbero bene a chiunque. Decido di porre l’accento sull’apparenza genuina della ragazza e di spendere del tempo per la terza volta. Apriti cielo. Il baratro. Lei, che non aveva modo di conoscermi, mi spiega non la mia vita ma bensì il mio modo di essere più di quanto possano fare i miei migliori amici. La spiegazione dura parecchio e, in quella valanga di informazioni, procede senza mai perdere un colpo, con delle punte di precisione e particolarità che mi è difficile pensare possa aver descritto più di una estrema minoranza su questa terra. Mi sa dire cosa cerco in amicizia, cosa in amore, il tutto condito con informazioni intime, mi dice come agisco di solito in un mucchio di situazioni.
Un pó scosso, mi chiedo se lei non sia invece qualcuno che mi conosca bene, ma la ricchezza del suo profilo mi lascia intendere che non sia un falso e che abiti veramente tanto lontano da me… ma poi… a chi ho mai detto tutte quelle cose così intime… in maniera così nitida, neanche a me stesso.

Ringrazio, le dico che mi ricorderó della conversazione, e penso: sfatiamo il mito. Nella mia testa, ognuno dava una sua versione dell’accaduto e mi chiedeva, almeno per sommi capi, in cosa consistesse il mio turbamento. Beh, tutti hanno sicuramente fatto una cosa: hanno ribadito che non credono all’astrologia o mi hanno pesantemente ignorato. Nessuno ha fatto un’altra cosa: nessuno ha chiesto come stessi, neanche con un grandissimo giro di parole… nulla. Sono riuscito anche ad incassare degli insulti per questa storia, ma sono qui a scrivere a capire cosa sia effettivamente successo, e lo strumento migliore è invertire la situazione, con un esempio qualunque.
Supponiamo che da me arrivi un amico, reo del fatto di aver agito in maniera a me sgradita: sta male perchè è stato lasciato dalla sua ragazza, perchè l’ha tradita, e Dio solo sa quanto io odi il tradimento. Ammettiamo anche che io voglia mettere il dito nella piaga e ribadire che sia colpa sua, che il tradimento faccia schifo: finirebbe lì? Non gli chiederei come va, mi mostrerei soltanto chiuso, impenetrabile, come un muro, ribadendo unicamente il mio disprezzo per le sue scelte? Beh, potrei, ma a questo punto non mi potrei più definire un amico, al massimo un passante o un monaco imperturbabile che fornisce le sue sentenze. Sicuramente mi comporterei in maniera diversa, cercherei di consolarlo perchè, tra tutti, lui si è rivolto a me.
Essere “sinceri”, come alcuni si sono appellati alle mie richieste di spiegazioni, è stata veramente una carognata. Si sono ammantati di un’aura mitica per affondarmi ancora di più nel momento del bisogno. La sincerità è stata un pretesto per innalzare un muro nei miei confronti quando, in realtà, volevo solo che qualcuno si interessasse a me in maniera genuina. Essere “sinceri” è a volte sintomo di pochezza, perchè spesso ci si scopre sinceri proprio con la persona che chiede aiuto e non una disanima al pari di quando si rivolge ad un avvocato.

Alla fine della giostra, non so che voglia dire il mio tema natale e non so come interpretarlo ma so già che, se avessi bisogno di supporto, dovró costruirmelo da solo perchè probabilmente non troveró spalle solide sulle quali appoggiarmi.

La solitudine di chi non può salire sulla giostra

Anche oggi, piantato a letto per l’influenza, prendo del tempo per scrivere. Ho già scritto qualche pagina per i miei personaggi che dialogano tra loro, che cercano di conoscersi in occasione di un matrimonio, mi ha stupido constatare che sia andata diversamente da come me l’aspettassi: la – forse – futura sposa – gestita da un amico – si sarebbe scontrata con la madre di lui, ma è stata così diplomatica e più spigliata del figlio, che l’unico ad essersi beccato una sfuriata dalla mamma è stato proprio lui. Eh sì, sfuriata perché è un mondo fantasy e il passato dei personaggi è abbastanza travagliato. 

Mi piace veramente tanto, e ogni volta mi sorprende, questa libertà con la quale agiscono. Eppure, anche loro, pensano alle ripercussioni delle loro azioni, sono più o meno cauti, ansiosi… insomma, perché le mie creazioni sono così tanto distanti da me? Vivo in questa costante alienazione che mi costerna, mi sembra di dover citare Marx. Come faccio io ad essere sia padrone che operaio? Oppure proletario, con i miei personaggi che sono anche la mia unica ricchezza e io che valgo solo attraverso la loro esistenza, in questo meccanismo psicologico non voluto? 

Alla fine della giostra, non ci rimane l’invidia per chi, sulla ruota panoramica, si trovava in una posizione migliore della nostra: il nostro momento arriva e dura quanto quello di tutti gli altri, e sta a noi meravigliarci della vista, cogliere i dettagli, anziché continuare ad osservare cosa facciano gli altri. Il problema è quando questo momento non arriva. Ci si accartoccia, si cerca di acchiapparsi a qualunque insignificante dettaglio, si demonizza la cosa più genuina e si dà quotidianamente caccia alle streghe, che siano nel nostro animo o attorno a noi. La caccia alle streghe è necessaria quando non si capisce cosa non vada: prima erano i raccolti, adesso è altro, ma poco cambia. Si imputa a qualcuno o a qualcosa l’interezza delle colpe di tutto ciò che di cattivo accade, in un continuo processo di rielaborazione in chiave inquisitiva e ansiogena che degradi il nostro essere e chi è abbastanza sfortunato da orbitare attorno alla nostra stessa stella. È il desiderio di non vivere come una bestia, ma la pienissima consapevolezza di esserlo. 

Nella vita ci preparano al successo. Non si viene di solito preparati al fallimento, inteso come qualcosa che possa colpire non soltanto la nostra sfera professionale. Ci danno una pacca sulla spalla e, tanto, la storia la fanno i vincitori. Posso quasi sentire tutte quelle candele accese in penombra, le uniche a fare qualcosa per tutta quella gente che si sente sola. E questi non parlano, non dicono nulla, assolutamente nulla: la solitudine è un concetto così brutale che a nessuno mai verrebbe in mente di dire di sentirsi terribilmente solo, specie perché, questi, dovrebbero dirlo a degli sconosciuti, giacché non avrebbero nessuno con cui parlare. Si sentirebbe dunque soli e umiliati, se parlassero, perché nessuno si prenderebbe sulle spalle questo carico nero che riempie il baratro. 

La solitudine fa l’anima che la prova a sua immagine e somiglianza, molto più di qualunque Dio, la disintegra e le inculca la mentalità di non poter uscirne. 

Ora, mi sento amareggiato. Non aver avuto neanche la possibilità di fallire, essere stati scartati per qualche motivo, non aver avuto la possibilità di essere giudicati… quanta sofferenza porta il voler semplicemente essere compresi per due secondi, ma non riuscirci? Quanta frustrazione porta il non sapere per quale motivo ci sia stata negata la possibilità? Quanta disperazione porta il voler semplicemente esprimersi con la consapevolezza che non interesserà mai a nessuno? 

Non ho la forza di cercare una soluzione questa notte, non riuscirei. Alla fine, sono fortunato. Ho una schiera improbabile di personaggi letterari che mi fanno osservare il mondo dall’esterno, con un filtro di imparzialità che non riuscirei a conservare per me stesso. A volte, le uniche spiegazioni valide non ci garbano o non sono sufficienti a giustificare certi tipi di dolore. Si parte da questa consapevolezza, o a volte non si parte proprio. 

Diario 10 febbraio 2020

È la serenità che domina questa serata, guardando la luce che scema in queste giornate che si allungano. Ho ricominciato a scrivere, in maniera goffa, sì, ma dopo tanto tempo ho finalmente ricominciato e sto bene. Potrebbe durare poco, ma non mi preoccupo: come non posso cambiare il passato, non posso controllare le variabili sconosciute del futuro. Alcuni mi leggono e posso finalmente comunicare ciò che è rimasto chiuso per troppo tempo, non chiedo altro.

Il mio pensiero di oggi va al libro di una nuova e giovane autrice fantasy, il cui libro a breve leggeró, per suggellare questo mio periodo di ripresa. Sono parecchio sicuro, dalla frenesia che è in grado di contagiare, che l’abbia scritto con cura e che sia capace di emozionare. In attesa di leggere La principessa di YS, oggi la serenità non mi abbandona proprio.

Al buio con la chiave del passato

Il sole cala e il cielo si tinge di colori passionali per simboleggiare la spiritualità del momento, che coincide con la fine del vecchio ciclo e l’inizio di uno nuovo oppure con sentimenti più assoluti, quali il senso di perdita, la nostalgia, la malinconia, la speranza. Dura poco, ma è gravido di pensieri, è un flusso che straripa, chissà dove fosse nascosto.

Le luci si accendono e riempiono i luoghi di luce dai toni giallastri o di bianco, e più la luce è forte e meno spazio ha l’anima di venire fuori, in un meccanismo di protezione dalla fatica di dover rispondere a domande difficile o dal timore di riflessioni compromettenti, o forse dall’intimità che non si vuole cercare.

Io mi accingo a osservare quella luce per tentare di comprenderla, e intuire quali conseguenze possa suscitare in me. Mi sento disturbato, ma non tanto da accantonare i pensieri.
Il lampadario è composto da tre sfere traslucenti che fanno intuire la forma delle lampadine al loro interno, che sono di quelle vecchie a incandescenza. Gettano una luce opaca e calda che non è capace di restituire dignità nè ai colori nè ai profili degli oggetti distanti, ma che veglia sulla stanza cole un guardiano vigile ma non severo.
Mi sembra strano che una di quelle lampadine sia fulminata, quindi provo a ruotarla per capire se si possa accendere. Si accende e mi ferisce gli occhi. Non so di principio cosa fare, dunque torno a sedere e contemplo la luminosità della stanza. Forse noto un pizzico di dettagli in più, ma non mi restituiscono maggiori sensazioni, quindi non svito una lampadina, ne svito due.
Non sono abituato a questo nuovo livello di luminosità, mi sembra di dover ancora accendere le luci, ma tutto ciò che avevo intorno è ancora qui, nulla era scappato. Decido dunque di abituarmi alla luce e di aspettare, ma non cambia nulla. Sempre la solita sensazione di disagio, una sensazione che tenta di bloccarmi, e che combatto sfruttando energie che vorrei dedicare al pensiero libero.
Provo a spegnere la luce, rimanendo al buio eccetto che per lo schermo del cellulare con il quale scrivo, ma attorno a me non vedo nulla. Il fastidio che sentivo è ora magicamente sparito e non devo più combattere con quella presenza ingombrante. Sono più tranquillo. Uno sguardo alla finestra mi fa capire che la notte ormai domina il cielo e che le cose si debbano affrontare con una mentalità diversa.

Inspirare pensando ai tramonto passato. Le impressioni volano via, quello che mi rimane è ciò che ricordo dei sentimenti provati, ma sento un vuoto. Le domande esistenziali aleggiano senza apparente risposta, tra la voglia di dire che ce la posso fare e la consolazione del non ce l’avrei fatta comunque. So tratta di fatti di vita vissuta, di una loro elaborazione razionale.

Anche a distanza di tanto, troppo tempo, si affacciano pensieri su come avrei potuto modificare la mia esistenza se avessi intrapreso le scelte giuste, se mi fossi fatto valere o se l’avessi fatto diversamente. La razionalità che mi crea delle sbarre attorno, mi viene in soccorso con un enorme chiavistello, colmo di chiavi diverse nella forma e nella dimensione. Quella che mi viene offerta ha la forma di una penna, ed è incartata da un pezzo di carta che prontamente srotolo, mi appare vergine ma ingiallita, mi rendo conto rappresenti il passato. Utilizzo la chiave proprio come una matita e la impugno con la decisione di un bimbo che si appresta a tracciare linee grossolane ma sicure, che sanno di ingenuità e di perfezione, mi arrabbio contro quel foglio e lo solco con una linea arrogante che vuole essere uno sfregio. La linea appare, ma in una traiettoria diversa da quella immaginata. Solo l’inizio della traiettoria è circa conforme a quella che le ho dato, il resto se ne distacca parecchio ma, soprattutto, ciò che avevo concepito come un retta è apparsa come un tratto completamente diverso… vi sono cambi di direzione, tratteggi, forse disegni. Sara stata la magia di quella carta, o forse della chiave, a fare ciò? Non capisco.
Giro il foglio e prendo di nuovo la chiave, ma stavolta ci faccio attenzione: voglio tracciare una linea dritta e secca, da sinistra a destra, che lo attraversi nella sua interezza. Lo faccio, ma lo vedo: più mi inoltro e più l’impronta si distacca dal tratto naturale, che non produce nessun tipo di impronta. Geometrie non volute che voglio abbattere, geometrie che non rispecchiano il mio volere. Uso la testa e decido di correggere la traiettoria della strana chiave sul foglio, in modo da raddrizzare tutte quelle linee storte. Ci riesco, ma solo all’inizio, e queste scappano in direzioni non volute. Prendo una gomma per cancellare parte di quelle e volta per volta tratteggio e cancello, tratteggio e cancello, tratteggio e cancello per farle andare dritte, quelle maledette linee! E poi… mi accorgo che finalmente la grafite seguiva un percorso tremolante ma dritto, e che riuscivo a padroneggiarla in maniera soddisfacente. Mi accorgo anche di un’altra curiosità: il tratto dapprima grossolano, che rispecchiava l’energia con la quale calcavo, ora si era fatto gentile, nonostante io continuassi a maneggiare la chiave con forza.
Arrivato quasi alla parte destra del foglio, mi accorgo che la chiave non scriveva più. Il tratto si era fatto via via più fine e non si vedeva più, tanto che più volte sono stato costretto a mettere il foglio in controluce per capire se ci fossero segni di progresso. Preso da uno scatto nervoso, cancello tutto e ricomincio. Preso dalla curiosità, o dalla follia, ripeto tratti e cancellature per tracciare una linea dritta in quel foglio magico ma, arrivato alla fine della linea, la mia chiave smette ancora una volta di scrivere.

Dopo aver ripetuto la stessa cosa per più volte, butto la chiave e creo un vuoto mentale dalla frustrazione. Mi ritrovo ancora al buio, senza soluzioni, e di pormi domande sull’accaduto non se ne parla, non in questo momento. Vagamente triste, accendo la luce e termino l’agonia.

Grigio ma non troppo

È in un giorno piatto che determino le mie capacità di far evolvere il mio umore, un giorno grigio ma non troppo, con l’aria ferma ma non troppo, in cui la gente comunica ma non troppo, in un insieme che non restituisce un’idea di stasi temporale, ma di un rallentamento straziante, che tende allo zero assoluto, senza neanche essere uno zero. Giornate così rifugiano gli slanci d’ottimismo di coloro che prendono spunto dalle situazioni sfavorevoli per rimbalzare dalla parte opposta. E ora scrivo dalla mia camera, osservando dalla finestra cosa avvenga fuori.

Non mi meraviglia, nè mi colpisce in alcun modo, il traffico di persone vestite in tonalità di grigio o nero, sicure ed energiche, che volano verso una direzione senza cedere passo. Mi stupisce invece notare che, a differenza di tutte le altre giornate, veda poca interazione, poca gente che si fermi semplicemente a parlare perdendo tempo. Inconsciamente, sentono che questa atmosfera rallentata toglierebbe facilmente la linfa a chiunque si fermasse a oziare per strada, quindi cercano posti precisi e più gioviali per sostare. Questa atmosfera tende ad isolarci.
Eppure, qualcosa che si muove c’è. Mi affaccio, mi alzo finalmente, mi sorprendo: ci sono fuori dei piccoli uccelli ignari di tutto. Sono troppo lontani per distinguerne chiaramente la livrea, e non capisco quanti siano, sono pochi, ma non pochi quando tutto il resto, non danno l’impressione di essere così pochi da essere insignificanti. Loro continuano a fare ciò che farebbero tutti i giorni, e il loro canto non è turbato. Anzi, sembra più forte in questo assurdo silenzio di vitalità, collega anche chi normalmente non si accorgerebbe della melodia, tessendo strade di suoni che portano a loro.
Improvvisamente vedo che il vento muove gli oggetti e che il grigio delle nuvole ha varie tonalità, vedo che le tinte ingrigite dei palazzi conservano del pigmento e che, sotto i cappotti grigi e neri dei passanti, si nascondo indumenti dalla colorazione sgargiante.

Quando mi confrontavo con il Mare

Una delle cose a cui penso con assurdo distacco è quando scrivevo copiosamente, colto da un’ispirazione straripante che nasceva dall’energia che mi contagiavano gli elementi naturali. Avevo un pensiero magico su ogni elemento, incoraggiato da quelli che da Mileto vennero a porre le fondamenta del pensiero metafisico. Coglievo e accoglievo il clima per scrivere di argomenti o in modi diversi o, quando cercavo un particolare, cercavo con insistenza l’atmosfera che mi avrebbe fornito le sensazioni adatte.
Quando andavo al mare, ci andavo armato fino ai denti di armi psicologiche, avevo l’ansia di dover affrontare qualcosa di grosso, e avevo ragione: il mare mi restituiva un’immagine chiara e vista da fuori di me stesso, di ciò che scrivevo e di ciò che avrei scritto, mi impediva di manipolare il creato come se questo fosse stato creato al solo fine di procurarmi benessere… il mare mi imponeva un certo tipo di rispetto, di timore reverenziale che non fa normalmente parte della mia persona. Trovavo il suo carisma così assoluto, la sua energia così schiacciante in potenza e in atto, che mi veniva naturale di farmi trattare come un bambino impaurito, che deve stare attento a non mancare di rispetto. I miei pensieri si veicolavano in maniera differente. Allora iniziavo con una serie di pensieri, di definizioni, di frasi rituali, come se fosse un rito pagano perché quella forza della natura si convertisse, almeno in parte, in ispirazione.

Così ho passato parecchi anni della mia vita, e ciò mi dava gioia. Il senso del tempo non era statico, ogni giorno era diverso e portava una diversa ricchezza spirituale, non mi sentivo vuoto. Avevo pareri, curiosità da colmare, voglia di discutere, non consideravo di stilare una classifica fantomatica e ridicola in base alla quale assegnare un valore relativo alla forza del mio pensiero, numero che mi avrebbe fatto temere il confronto con i meglio classificati e che mi avrebbe indotto superbia nel confronto contro tutti quelli sotto di me. Prima era confronto senza pregiudizi e senza offese, lì dove adesso c’è un desiderio di stabilità che ristagna, come se davvero pensarmi più in alto o in basso di qualcuno rappresentasse la mia identità in maniera più rigida e sicura rispetto al mio stesso pensiero.

Ripenso a quando avevo un mondo interiore vasto e in espansione e ciò non rappresentava un problema, non riesco a capire quando sia successo che desiderassi di assegnarmi da solo un numeretto in quella classifica, pensando di ottenere più rispetto e più sicurezza. Deve essere che il timore di confrontarmi e di uscire allo scoperto mi abbia fiaccato giorno dopo giorno, che sia stata una tortura asintomatica per cambiare la mia personalità, una voglia recondita di diventare un nessuno, deridendo chi si mettesse in mostra. Vorrei tornare al mare e, se non fisicamente proprio oggi che ho una influenzona, almeno da questo momento con il mio pensiero, e iniziare a confrontarmi con me stesso, per rimuovere quelle etichette che sanno di ben confezionato ma ci vecchio e stantio.

Mau

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